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CREW Management.. sai che cosa è?

22 ago
Tempo di lettura: 4 min
Crew management: il modello che ci guida
Crew management: il modello che ci guida

Il 28 dicembre 1978 un DC-8 della United Airlines girava sopra Portland, in Oregon, con un problema al carrello di atterraggio. L’equipaggio decise di prendersi il tempo necessario per capire, una scelta ragionevole per tre professionisti esperti su un aereo che per il resto funzionava bene. Mentre il comandante si concentrava sul carrello, il secondo pilota e il tecnico di volo osservavano il livello del carburante scendere e glielo segnalarono, con la cautela che si usa parlando a chi ha più autorità. Il comandante non colse l’urgenza di quelle parole. L’aereo esaurì il carburante e precipitò in una zona residenziale, causando dieci vittime.

L’inchiesta del National Transportation Safety Board mise a fuoco un punto che allora era ancora poco esplorato: la competenza tecnica dei tre uomini in cabina era fuori discussione, mentre il modo in cui avevano lavorato insieme aveva lasciato passare un rischio che tutti e tre, in momenti diversi, avevano visto.

Nel giugno del 1979 la NASA riunì compagnie aeree, autorità e ricercatori di fattori umani in un workshop intitolato Resource Management on the Flightdeck. Da quell’incontro nacque l’espressione cockpit resource management, presto diventata crew resource management, che lo psicologo John Lauber sintetizzò come l’uso migliore possibile di tutte le risorse disponibili: strumenti, procedure e persone. United Airlines fu la prima compagnia a portarlo in formazione, nel 1981. Nel giro di pochi anni la parola cockpit lasciò il posto a crew, perché ci si accorse che un’informazione decisiva poteva arrivare da un assistente di volo, da un manutentore o da chi lavorava a terra.

Perché lo abbiamo scelto come riferimento

Nelle organizzazioni con cui lavoriamo, i team raramente si fermano per mancanza di competenza tecnica. Si fermano per ciò che resta fermo: l’informazione esiste già, ma è custodita da chi non si sente autorizzato a esporla, oppure arriva a chi sta decidendo con qualche giorno di ritardo, oppure viene formulata in modo così prudente da passare inosservata. È la dinamica di Portland trasferita in una riunione di direzione, in un cantiere, in un reparto produttivo.

Il crew management affronta questo problema con strumenti verificabili, tre dei quali costituiscono l’ossatura del nostro lavoro in aula.

Il primo riguarda il gradiente di autorità. La gerarchia resta al suo posto, perché qualcuno deve decidere, e allo stesso tempo segnalare un rischio smette di dipendere dal coraggio individuale: diventa un passaggio previsto, con formule già pronte e un criterio chiaro su quando insistere. L’assertività si trasforma così in una competenza allenabile, accessibile anche a chi per indole tende a farsi da parte.

Il secondo è la comunicazione a circuito chiuso. Chi riceve un’istruzione la ripete a voce, chi l’ha data conferma. In cabina si chiama read back e occupa pochi secondi. Nel lavoro quotidiano è la differenza tra un progetto che parte una volta sola e un progetto che riparte tre volte.

Il terzo è la consapevolezza situazionale condivisa, che si costruisce con due riti brevi. Un briefing iniziale per allineare obiettivi, ruoli e rischi prevedibili. Un debriefing finale per ricostruire cosa è accaduto davvero, mentre il ricordo è ancora fresco.

La dimensione etica

Alla base di tutto questo c’è una premessa che vale la pena esplicitare: l’errore umano si può intercettare prima che produca danno, e su questa possibilità si costruisce un sistema. Ne discende la just culture, la cultura giusta, che tiene distinti l’errore commesso in buona fede e la scorciatoia deliberata, e che protegge chi segnala. Ha una motivazione pratica prima ancora che morale: in un ambiente dove sbagliare significa essere colpevolizzati le persone tacciono, e un’organizzazione che ignora i propri punti deboli non può intervenire su di essi.

È il motivo per cui questo modello ci appartiene. Tiene insieme il rispetto per le persone e il realismo su come funzionano davvero i gruppi sotto pressione.

Un equipaggio con un membro nuovo

C’è una ragione ulteriore, che riguarda il presente. L’aviazione è stata la prima a interrogarsi su come si lavora accanto a un sistema automatico che gestisce una parte delle decisioni, e ha dato un nome alle sue insidie: la sorpresa da automazione, la fiducia che scivola in disattenzione, la difficoltà di ricostruire perché il sistema abbia fatto una cosa corretta e opaca allo stesso tempo.

Sono le stesse questioni che incontra oggi chi introduce l’intelligenza artificiale nei processi di lavoro. Nel nostro Human-AI Teaming™ l’AI entra quindi come una risorsa dell’equipaggio, con regole di ingaggio dichiarate: chi decide, chi verifica, chi risponde del risultato.

In aula non simuliamo voli. Portiamo le pratiche che da quarant’anni tengono in piedi la sicurezza aerea: il briefing prima delle attività critiche, la ripetizione delle informazioni che contano, la regola della seconda segnalazione quando un dubbio non viene raccolto, il debriefing condotto senza cercare colpevoli, l’abitudine a dichiarare ad alta voce chi ha il controllo in questo momento.

La sicurezza in volo è il risultato di un modo condiviso di stare in equipaggio, insegnato con pazienza per decenni a persone comuni. Lo stesso vale per il lavoro di ogni giorno, con o senza intelligenza artificiale a bordo.


 
 
 

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